Febbraio 1928. Si sposarono. Ilva aveva 20 anni. Raffaele, 21. E puntuali dopo 9 mesi misero al mondo il primo figlio, Aldo. Si usava così, allora. Quella puntualità serviva a far sapere al vicinato, al paese intero che lui era “un uomo come si deve” e lei una “sanizza” per fare figli. Si pensava così, allora.
Di lei, mamma, ricordo la fermezza (“la carabiniera”, la chiamavano). Di lui, papà, le sue carezze, fatte però con molta parsimonia per non apparire debole. Anche in questo si pensava così. Ma quelle carezze erano intense. Il palmo della sua mano era sempre caldo. Anche quel giorno in cui mi mollò uno schiaffone per aver visto sulla mia pagella di quinta elementare un maledetto 4. In matematica, materia sempre ostica. Soltanto un suo schiaffo nella mia vita.
Da lui ho imparato a cucinare. “Non si sa mai, così quando ti lascia tua moglie non muori di fame”, ripeteva spiritosamente.
Gli si dava del “voi” – anche a lei - e mi sorprese quando lo vidi accettare, tranquillo, il “tu” dal nipotino, Donato. Erano cambiati i tempi.





