mercoledì 18 febbraio 2026

CENERI

 


LE CENERI dei 20 anni– Quanti sono ad accettare questa giornata che ci ricorda il nostro destino di mortali?  Sembra quasi una bestemmia farlo. Eppure questo giorno è, a mio parere,  un giorno in cui nelle pieghe della memoria possono  bruciare vari ricordi tra cui quello di un amore finito. Avevo vent’anni e nella depressione seguita a un abbandono, scrissi:

“Nella tarda sera sempre ti ritrovo scolpita dal sole  nel muro bianco, avvolta da quell’acuto silenzio ch’era il tuo immenso giardino.                                                                                                                                                        Per chissà quanto ancora il tuo nome darà vita ai miei tramonti sfilacciando tristezze tra i rami dell’alloro.                                                                                                                                                                          Penso alle strade, ai ciottoli  come montagne, penso a quel nostro camminare  assurdo che conosceva solo il gusto degli inizi lasciava al vento le panche su cui  dormiva la luna.                                                                                                                                                                          E la fibra del nostro cuore che pare fatta solo di illusioni  si appanna senza colpa nel  chiarore muto delle strade.                                                                                                                                                                                Parlando le pietre marce mi hanno spiegato  la ragione della vita, che non è in un urlo sciocco e disperato, che non è nella grazia di un gesto o nella sfumatura di un occhio  e che neppure è nella corsa tra i muri  del cielo, ma è nella perfezione di un’ombra  quando arriva il giorno… un’ombra.”

Forse sono soltanto sciocchezze dei vent’anni. Però l’amore,  anche quando finisce, lascia sempre un segno…. anche quando perdiamo la nostra innocenza per ricordarlo.

 

lunedì 16 febbraio 2026

RISENTIMENTO

 

 

…ma anche in Basilicata non sempre l’amore era rose e fiori. Lei deludeva, magari ripensandoci o preferendo un altro uomo.  Allora l’ innamorato tradito andava sotto la finestra di lei e, accompagnato soltanto dal suono lugubre del cupa-cupa, cantava risentito e un po’ crudele (ma essere lasciati da una donna già era uno smacco):

“Donna, non ti vantare di essere la migliore   /   perché  li conosci tutti i segreti  /  Non ci sono tanti pesci in mare e nei navigli  /  quanti cuori d’amanti tu lasci e pigli. /  Ho visto assai fiumare e vallate / erano piene e ora so’ svuotate.  / Ho visto prìncipi e baronati  / erano ricchi e poveri so’ diventati. /  Così sarai tu, donna  sgradita,    / sotto la mia finestra, disperata".

 

 

(dal mio libro “L’innamoramento in Basilicata”, Osanna, Venosa, 3° edizione – esaurito)

venerdì 13 febbraio 2026

PER SAN VALENTINO

 

 Nella Basilicata contadina l’ innamorato portava le serenata sotto la finestra della sua bella, reticente per non fare sparlare il paese. Lui però sapeva che lei stava a spiarlo dalla finestra e attaccava la serenata assieme ad amici con chitarra e mandolino: “Vengo a canta’ e voi siete coricata la luna fa il giro e voi dormite Ma al mattino quando vi alzate, trema la terra dove vi vestite Prendere il bacile e vi lavate, non vi lavate più , ché bianca siete Il pettine prendete e vi pettinate cadono le perle e gioie e calamita. Lo specchio poi prendete e vi mirate ma non vi mirate più ché siete bella. Su una sedia d’oro vi sedete con una bacchetta d’oro comandate
 
A me solo comandate….
 
[canto popolare da me trascritto] 
(dal mio libro “L’innamoramento in Basilicata”, Osanna, Venosa, 3° edizione – esaurito)

giovedì 5 febbraio 2026

GENITORI

 

Febbraio 1928. Si sposarono. Ilva  aveva 20 anni.  Raffaele,  21. E puntuali dopo 9 mesi misero al mondo il primo figlio, Aldo. Si usava così, allora. Quella  puntualità serviva  a far sapere al vicinato, al paese intero  che lui era “un uomo come si deve”  e lei una “sanizza” per fare figli. Si pensava così, allora.

Di lei, mamma, ricordo la fermezza (“la carabiniera”, la chiamavano). Di lui, papà,  le sue carezze, fatte però con molta parsimonia per non apparire debole. Anche in questo si pensava così.  Ma quelle carezze erano intense. Il palmo della sua mano era sempre caldo. Anche quel giorno in cui mi mollò uno schiaffone per aver visto sulla mia pagella di quinta elementare un maledetto 4. In matematica, materia sempre ostica. Soltanto un suo schiaffo nella mia vita.

Da lui  ho imparato a cucinare. “Non si sa mai, così quando ti lascia tua moglie non muori di fame”, ripeteva spiritosamente.

Gli si dava del “voi” – anche a lei - e mi sorprese quando lo vidi accettare, tranquillo,  il “tu” dal nipotino, Donato.  Erano cambiati i tempi.

domenica 25 gennaio 2026

GIORNATA DELLA MEMORIA

 


A - Un selphy su quei binari pieni di angosce  e di lacrime che li hanno resi eterni ….

Insensibili e spaventosi nel luogo  dove sono stati bruciati  uomini pieni di dolore…

venerdì 16 gennaio 2026

CARNEVALE CRUDELE


 Erano davvero  crudeli  alcuni  “giochi”  del 17 gennaio! Ma era la festa di sant’Antonio Abate messo a capo del carnevale. E il carnevale doveva  cominciare. Si facevano  in Basilicata fino a metà degli anni Sessanta del ‘900. Ne narro uno soltanto.

Un capretto  infiocchettato veniva  appeso a testa in giù.  Roncola in pugno  e urlo in gola, un primo  concorrente montava a pelo un giovane asino spronato da frusta e grida ‘iah! iah!!’ di un ragazzo. L’asino galoppava verso la vittima belante di paura e il cavaliere roteava la roncola per staccargli  la testa in un colpo solo. Ma non ci riusciva. Non era  poi facile! Subito un secondo galoppava urlando per assestare un altro colpo crudele. Falliva pure lui. Un terzo riusciva a far penzolare  quella testa piena di fiocchi che non voleva staccarsi e belava straziante! Però gli umani  tifavano da stadio. Umani? Un quarto,  un quinto o forse un sesto finalmente assestava il colpo di grazia. La testa  cadeva e il vincitore la sollevava in alto sanguinolente tra grida di giubilo sicuramente selvagge. Anche i ragazzini saltellavano  eccitati. Soltanto l’asino stremato piangeva per le frustrate prese. Molte.                                                                             

 Il trofeo era stato conquistato. Il “gioco”  era finito. Il carnevale  cominciato.

Al vincitore andava la testa del capretto dagli occhi ancora pieni di terrore. Testa infiocchettata per la  morte. Il suo corpo  era  messo all’asta per la festa in onore di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali… dalle malattie ma non dalla brutalità degli umani!