Da ragazzino assistevo alla
“vestizione” della statua di un santo. Era per la novena e la processione
successiva nel giorno della sua festa. Di solito mi ero fermato spesso a
guardare quella statua incuriosito dal colore del suo viso: nero. Ora lo
rivestivano con gli abiti liturgici di un vescovo: camice coi bordi ricamati, mitria
in testa, pianeta rossa con ricami d’oro, pastorale stretto dalla sua sinistra.
Da ragazzino mi chiedevo: anche i negri sono santi?
“E
perché no, ne abbiamo di tutti i colori”, mi spiegava Il parroco, don Pasquale
Libutti. Il tono era un po’ ironico anche se strideva col suo abituale
carattere burbero. “Lo vuoi sapere? E’ nato in Mauritania. Dove sta? In Africa,
no?… Si chiama così
perché è nato da
quelle parti, Mauro…Non si sa bene….Si dice che era abate di un
monastero in mezzo al deserto o forse vescovo
della sua città…si dice… però è un santo… per forza, gli hanno tagliato la
testa. Perciò gli mettiamo la pianeta rossa, il colore dei martiri.”
E E io, un po’ rompiscatole: “Fa i miracoli anche se è un negro?”
“Ma
che significa, certo che li fa,
è santo.”
“Posso
chiedergli se mi fa promuovere?” (ero in quarta elementare)
”Tu non fare il ciuccio, prima studia e poi lui
vede che si può fare.”
“Eh
si, ma se io studio lui a che mi serve?!”
Evitai un colpo di pastorale che
in quel momento don Pasquale stava per mettere in mano al santo.
(Foto storica della processione del
Santo, 1931)