Erano davvero crudeli alcuni “giochi” del 17 gennaio! Ma era la festa di sant’Antonio Abate messo a capo del carnevale. E il carnevale doveva cominciare. Si facevano in Basilicata fino a metà degli anni Sessanta del ‘900. Ne narro uno soltanto.
Un capretto infiocchettato veniva appeso a testa in giù. Roncola in pugno e urlo in gola, un primo concorrente montava a pelo un giovane asino spronato da frusta e grida ‘iah! iah!!’ di un ragazzo. L’asino galoppava verso la vittima belante di paura e il cavaliere roteava la roncola per staccargli la testa in un colpo solo. Ma non ci riusciva. Non era poi facile! Subito un secondo galoppava urlando per assestare un altro colpo crudele. Falliva pure lui. Un terzo riusciva a far penzolare quella testa piena di fiocchi che non voleva staccarsi e belava straziante! Però gli umani tifavano da stadio. Umani? Un quarto, un quinto o forse un sesto finalmente assestava il colpo di grazia. La testa cadeva e il vincitore la sollevava in alto sanguinolente tra grida di giubilo sicuramente selvagge. Anche i ragazzini saltellavano eccitati. Soltanto l’asino stremato piangeva per le frustrate prese. Molte.
Il trofeo era stato conquistato. Il “gioco” era finito. Il carnevale cominciato.
Al vincitore andava la testa del capretto dagli occhi ancora pieni di terrore. Testa infiocchettata per la morte. Il suo corpo era messo all’asta per la festa in onore di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali… dalle malattie ma non dalla brutalità degli umani!

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